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22 Febbraio 2019

INTERVISTA A ROBERTO BARBOLINI, DIRETTORE EDITORIALE DI ASTERIONELEGGE

 

Ho appreso da Cristiana Minelli – alla quale è stato affidato l’Ufficio Stampa – la nascita di una nuova casa editrice con sede a Modena.
Il suo nome: Asterionelegge.
In foto il logo.
La direzione editoriale è di Roberto Barbolini
A lui ho rivolto alcune domande.

Asterione… chi è Asterione? Perché è stato dato quel nome alla nuova editrice?

Asterione è il Minotauro cretese, figlio degli amori di Pasifae con un toro. In un memorabile racconto di Borges, intitolato “La casa di Asterione”, il Minotauro si rammarica di non saper leggere con queste parole: «non ho mai potuto ricordare la differenza che distingue una lettera dall'altra. Un'impazienza generosa non ha consentito che imparassi a leggere. A volte me ne dolgo, perché le notti e i giorni sono lunghi». Forse, ci siamo detti, quel mitologico freak non ha ancora trovato i libri che fanno per lui…Come si sa i lettori in Italia bisogna un po’ inventarseli, sono tanti piccoli minotauri sperduti nel labirinto di una produzione editoriale eccessiva e soffocante. La nostra scommessa è che anche Asterione può rivelarsi un lettore appassionato, al punto di farsi editore dei libri che ama.

Che cosa Asterione vuol far leggere? Quale il suo obiettivo espressivo?


La risposta potrebbe essere lapidaria: Asterione vuol far leggere anche agli altri i libri che piacciono a lui. In questo senso, quello che tu chiami “l’obiettivo espressivo” dell’editore somiglia a quello dell’autore desideroso di scrivere i libri che gli piacerebbe leggere. Ma in realtà la situazione è più complessa, e la tua domanda potrebbe essere riformulata nei termini usati da Totò interpellando il “ghisa” milanese in una celebre sequenza di "Totò, Peppino e la malafemmina”: «Per andare dove dobbiamo andare, per dove dobbiamo andare?». Forte è la sensazione di spaesamento davanti a un panorama editoriale decisamente bulimico. Noi partiamo con due collane: Ourobors ed Aemiliana, la prima dedicata alla scoperta o riscoperta di autori eccentrici ; la seconda a scrittori appartenenti all’area emiliana in cui Asterione affonda le sue radici. 
Ouroboros s’inaugura con “Di male in peggio” di Vittorio Orsenigo, che a 92 anni rimane una delle sicure promesse della letteratura italiana: “scrittore eccentrico, persino nel conto degli eccentrici” l’ha definito Massino Onofri, e questo volume di brevi storie e lancinanti guizzi aforistici lo conferma in pieno. 
Aemiliana aprirà con la ristampa di “Emiliana”, romanzo storico ambientato nell’età napoleonica , a vent’anni dalla prima edizione e a sei dalla scomparsa del suo autore, Giuseppe Pederiali: un insuperabile narratore di storie che ho avuto la fortuna di avere per amico. A seguire usciranno un mio “zibaldino” fra la via Emilia e il West intitolato “L’ombelico del mondo”, il “Manoscritto mai ritrovato” di Carlo Andrea Falvella, “L’almanacco delle news” di Cristiana Minelli, vorremmo anche riproporre “Modena 1831 città della Chartreuse” del grande Antonio Delfini. E molto altro bolle in pentola.


In quale fascia di pubblico Asterione cercherà i suoi lettori?


In quella che non si vergogna di resuscitare un concetto estetico fondamentale come quello di gusto. Mentre nessuno trova alcunché da ridire quando in musica si parla di “orecchio assoluto” (come quello di Mozart), non si capisce perché se si parla di gusto in letteratura si è subito guardati con sospetto. Vale in parte il pregiudizio scientistico verso tutto ciò che non è misurabile, come se poi non vivessimo nell’era dell’”uno vale uno”, in cui ogni competenza è screditata in quanto elitaria. Tranne quella dei cuochi: il sistema per dire loro addio – per parafrasare Chandler nel finale di “The Long Good-Bye” – non è stato ancora inventato.


Quale metodo userai per selezionare le proposte editoriali che t’arriveranno?


Quello di non considerare mai i libri un “prodotto” fungibile con altre categorie 
merceologiche, dalla carta igienica ai fustini di detersivo, dai saponi ai tubetti di dentifricio. Fatta salva questa distinzione preliminare, il criterio del gusto di cui parlavo prima può operare liberamente. Con garbo ma con fermezza. Senza però arrivare alla radicale strategia suggerita da Eugene Field, che nella lettera di rifiuto a una poesia intitola Perché sono vivo rispose “Perché hai inviato la poesia per posta”.


Quando si parla d’editoria dalle piccole dimensioni aziendali, salta immancabilmente fuori il discorso sulla difficoltà di distribuzione. Perché mentre il cinema s’avvale di esercizi che con i locali d’essai riesce – e anche con risultati spesso commercialmente apprezzabili – a presentare opere sgradite alla grande distribuzione, non avviene altrettanto con le librerie?


Da autore di nicchia quale sono sempre stato - pur pubblicando spesso anche presso grossi editori da Mondadori a Rizzoli a Garzanti, e ora presso La nave di Teseo - il problema mi tocca da vicino, ma non saprei dare una risposta precisa, anche perché non conosco abbastanza i meccanismi della distribuzione cinematografica per poter fare un paragone. Penso comunque che le difficoltà in cui si dibattono le piccole librerie sia un elemento da tenere in considerazione: alle grandi catene le opere di nicchia non convengono, mentre i librai indipendenti non sono in grado di promuoverle adeguatamente se non rischiando il suicidio professionale.


In editoria, a proposito di best seller, Giuliano Vigini dice che in Italia i successi di vendita nascono per caso. Mario Spagnol è del parere che il best seller oggi va programmato. Il sociologo Mario Peresson afferma che “gli autori italiani vogliono vendere milioni di copie ma anche entrare nella storia della letteratura; le due cose, assai spesso, non sono compatibili”.
Un tuo parere sul libro di successo… è possibile pianificarlo? Oppure no”?

Demonizzare per partito preso il best seller mi sembra una sciocchezza. Considero il successo di un libro una variabile indipendente rispetto al suo valore. Ci sono grandi autori letti da pochi e bestselleristi che sono scrittori coi fiocchi. D’Annunzio vendeva più di Pascoli, ma sono entrambi eccellenti poeti. Emilio Salgari, disprezzato dai letterati colti del suo tempo, è un vero scrittore e vende ancora a più d’un secolo dalla morte. Mi fanno ridere quelli che dicono “Non vendo, non mi capiscono, quindi sono un grande»: magari bastasse! Ma altrettanto ridicoli -ha ragione Peresson- sono quelli che si fanno forti delle loro vendite milionarie per aspirare al Pantheon delle storie letterarie. In definitiva, se il bestseller può talvolta conseguire le vette della letteratura è proprio perché il successo non è pianificabile, non si può programmare meccanicamente. Se c’è un motto che s’addice all’editoria, è quello che sta scritto sul muro d’un convento francescano di Toledo. Dice così: “caminantes/ no hay caminos/hay que caminar”, ossia: “viandanti, non ci sono strade, si deve camminare”.

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